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Le strade dei bambini: per crescere in città meno ostili

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    Le riflessioni del pedagogista Walter Baruzzi sull’importanza della mobilità ciclopedonale per la crescita e la sicurezza dei bambini

    Foto da Flickr (cc by 2.0) "Dancing in the light" di Luigi Torreggiani

    Foto da Flickr (cc by 2.0) “Dancing in the light” di Luigi Torreggiani

    Da qualche giorno si è conclusa la Settimana Mondiale della Sicurezza stradale che quest’anno l’ONU ha dedicato ai minori. Infatti, sono proprio le Nazioni Unite che hanno fornito dati preoccupanti secondo i quali, ogni giorno, 500 ragazzi e ragazze con meno di 17 anni restano uccisi in incidenti stradali: complessivamente oltre 182.000 vittime all’anno.

    Anche in Italia questo fenomeno presenta aspetti drammatici e in controtendenza rispetto alla progressiva diminuzione del numero delle vittime (-52% dal 2001 al 2013, dati Aci – Istat). Il 2014 è stato un anno nero per i bambini (dai 0 ai 13 anni) sulle strade italiane: 65 morti, ben 13 in più rispetto all’anno precedente, e 5 rispetto al 2012 (fonte Osservatorio-Asaps).

    La mobilità dei bambini rappresenta quindi un tema attuale e rimanda, ad esempio, a quello legato al tragitto casa–scuola. In una recente indagine del Consiglio nazionale delle ricerche, emerge che sono appena il 16 per cento dei piccoli che frequentano le scuole elementari ad andare a scuola senza essere accompagnati. Mentre il 70 per cento, invece, viene portato in auto.

    Su questo aspetto, che ha a che fare anche con la crescita, l’autonomia e sviluppo psicofisico dei più piccoli, il pedagogista Walter Baruzzi – Direttore scientifico dell’Associazione Nazionale Camina che si occupa, fra l’altro, di progetti per rendere le città a misura di bambino, compresa la mobilità sicura e sostenibile – ha così commentato:
    “Non è una novità. Anche se questo dato, a livello nazionale, va considerato come stima orientativa. In realtà possiamo dire che il range di questo fenomeno si situa fra il 50% e l’80%. Ci troviamo di fronte ad uno stile di vita fondato sulla mobilità automobilistica. Due gli aspetti che caratterizzano questo fenomeno: l’abuso di auto da parte dei genitori e la mancanza di autonomia di bambini e bambine, nell’ambito di stili di vita che inducono alla sedentarietà e producono effetti riguardanti mobilità e qualità dell’ambiente urbano, educazione, sicurezza e salute”.

    Come si collega il tema della mobilità e sicurezza stradale a quello della crescita e dell’autonomia dei bambini?

    “Credo che tutti noi abbiamo imparato a stare in equilibrio pedalando sulla nostra prima bicicletta senza rotelline, grazie alla pazienza di un genitore che ci ha aiutati ad affrontare le prime difficoltà, tenendoci e accompagnandoci per un po’, lasciandoci e riprendendoci fino a che non abbiamo dimostrato che poteva fidarsi a lasciare definitivamente la presa. Forse qualche volta siamo caduti, quel tanto che serviva per affinare la tecnica, ma il più era fatto! Che cosa succede se la mano non lascia il sellino della bici, impedendo di cadere, ma anche di sperimentare l’equilibrio e l’esercizio che ne consente l’apprendimento? Quanti sono oggi i genitori che non ce la fanno a mollare questa presa, reale e metaforica? Propongo questi esempi, perché la strada e l’autonomia dei bambini sono un terreno interessante di riflessione sulla fiducia e sul clima sociale di una comunità, sulle regole della convivenza e sull’educazione. Che siano stati accompagnati o meno a crescere, facendo esperienze che affinano competenze e progressivamente abilitano ad una maggiore autonomia, bambini e ragazzi prenderanno prima o poi la loro strada, senza nessuno che li controlli da vicino”.

    Quindi si tratta anche di come sono strutturate le città?

    “Tranne qualche rara eccezione – tutti i luoghi da questo punto di vista oggi si assomigliano – i bambini debbono fare i conti con la carenza di spazi “amici”: i cortili sono pieni di auto e motorini, le strade sono invase dal traffico e sono pochi i posti che permettono di vedersi con i compagni per giocare, correre, esplorare l’ambiente…I bambini che vivono in città e paesi ostili, o percepiti così, tendono a fare una vita sedentaria e povera di quelle esperienze sociali e di scoperta del territorio che aiutano a crescere: ci si potrebbe aspettare che un bambino o una bambina di prima elementare, ad esempio, cominci a camminare autonomamente nel quartiere dove abita e qualche anno dopo, quando frequenta la quarta o la quinta, sappia spostarsi anche in bicicletta. In Italia ciò accade raramente”.

     Ci sono dati recenti che mostrano come l’uso della bicicletta si stia diffondendo in Italia. Vale anche per la mobilità scolastica?

    “Da alcuni anni in Italia si vendono più biciclette, di tutti i generi, ma non sono sicuro che a ciò corrisponda un minor uso dell’automobile nella vita quotidiana. Sul piano della mobilità scolastica, la città italiana che più si è spesa per favorire l’uso della bici è Reggio Emilia, dove da oltre 10 anni sono centinaia gli studenti che vanno a scuola in bici, anche nella scuola primaria. Queste cose non si conoscono a sufficienza, perché la stampa nazionale di solito non si occupa delle vicende virtuose, così concentrata com’è a parlare di tragedie e di scandali. Non mi pare che faccia notizia, ad esempio, Milano, dove gruppi di genitori organizzati praticano forme di critical massa per proteggere i loro figli che vanno a scuola in bicicletta. Senza dubbio c’è un certo fermento. Attualmente nelle nostre città si sta diffondendo soprattutto il “walking to school”, anche sull’onda di una campagna internazionale molto interessante, che mette in discussione lo stile di vita fondato sull’abuso di auto, che è ancora diffuso e prevalente”.

    Non abbiamo parlato di “pedibus” e “bicibus

    “Fra le proposte che danno sicurezza ai genitori e facilitano la loro collaborazione ci sono i “pedibus” e i “bicibus”, che – come sappiamo – funzionano come un autobus, con la grande differenza che il motore sono le gambe dei bambini e delle bambine che camminano o pedalano insieme. Ci sono un itinerario prestabilito, fermate in cui “salgono” i bambini, orari di passaggio, uno o più adulti che accompagnano. Io penso che “pedibus” e “bicibus” siano un ragionevole compromesso: di autonomia infatti ce n’è poca, ma intanto si può cominciare subito, i bambini camminano, pedalano e fanno esperienza su strade e marciapiedi, si riduce il numero di auto che li accompagnano a scuola, migliora l’ambiente attorno alle scuole e più pedoni e bici in movimento rendono più sicure le strade. Dopo qualche anno sono i bambini stessi che chiedono di andare a scuola con i compagni senza essere accompagnati da un adulto.  A quel punto i genitori, di solito, sono d’accordo, perché hanno potuto osservare che i percorsi casa scuola sono sufficientemente sicuri e controllati e hanno capito che si possono fidare dei figli. E questo è il risultato più importante”.

    Foto in home page da Flickr (cc by n.d – 2.0) “Bubble Joy” di Davide Gabino

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