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Ciclisti ancora in pericolo: #bastamortinstrada

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    La giornata di mobilitazione nazionale promossa da Salvaiciclisti si è svolta domenica 9 novembre. Secondo i dati Aci - Istat le vittime fra i ciclisti calano del 14% nel 2013, ma le due ruote rappresentano ancora il 5,3% fra i veicoli coinvolti in incidenti (nel 2012 era il 5,2%)

    Uno dei flash mob organizzati domenica 9 novembre

    Uno dei flash mob organizzati domenica 9 novembre

    Allegro, ma non troppo. Se volessimo prendere a prestito liberamente la terminologia musicale classica (dove ha il significato di “veloce ma non troppo”, dal latino alacer = veloce), si potrebbe descrivere così lo stato d’animo dei ciclisti italiani. Una galassia sempre più grande di donne e uomini che sanno di essere in tanti, ma che non si sentono ancora altrettanto protetti e sicuri nelle nostre città. “Io personalmente non mi sento sicuro, sia a camminare sia a pedalare in città. Ci vorrebbero piste ciclabili fatte bene, con criterio; grosse sanzioni per chi non rispetta le regole”: comincia così il lungo elenco di commenti e suggerimenti che numerosi cittadini amanti delle due ruote hanno lasciato sull’homepage di salvaiciclisti.it, il movimento per la difesa e la promozione delle due ruote nato in Inghilterra e che da oltre due anni si è diffuso anche in Italia.

    Ed è proprio per questa ragione che è nata l’iniziativa #bastamortinstrada che ha visto – domenica 9 novembre – oltre venti città italiane (per la precisione 24), da Nord a Sud riempirsi di flash mob e di altre azioni pubbliche.

    I dati del rapporto Aci Istat 2013 fotografano un miglioramento della situazione italiana rispetto al 2012 con una diminuzione del 14% dei ciclisti vittime della strada che passano da 289 a 249, con il numero dei feriti che resta stabile (da 16.611 a 16.569), anche se le due ruote continuano ad essere oltre il 5% fra i veicoli coinvolti in incidenti stradali (nel 2013 il 5,3% e nel 2012 il 5,2%). Ma il dato riguardante le città come luogo dove continuano a verificarsi ben il 75% di tutti i sinistri rappresenta un campanello d’allarme che non poteva passare inosservato a chi si occupa attivamente di utenza debole della strada.

    Dalla visuale capitolina, #bastamortinstrada ha rappresentato un momento significativo di partecipazione se si pensa alla mobilità romana. Secondo i dati elaborati da Fiab, a Roma – dove la mobilità ciclistica è inferiore rispetto a città quali Milano – gli incidenti che vedono coinvolti ciclisti sono solo l’1,3% sul totale nazionale, ma quelli mortali sono ben l’8% ( Fiab ha calcolato che a Milano le vittime sono l’1,9% mentre le biciclette coinvolte sono il 6,7% del dato nazionale).

    A raccontarcelo è Alfredo Giordani, del settore trasporto pubblico e sicurezza stradale dei Salvaicilcisti di Roma, dove alcune centinaia di cittadini si sono ritrovati in mattinata presso la terrazza del Pincio per poi raggiungere la scalinata di Trinità dei Monti, con striscioni e cartelli che richiamavano alle proprie responsabilità i competenti organi dello stato in materia di sicurezza stradale. Il flash mob si è poi ripetuto a piazza del Popolo, in Campidoglio e a ponte S. Angelo. “Le città sono il nostro punto debole” chiarisce Giordani. “Gli strumenti di controllo e contrasto alla velocità, come il sistema Tutor, devono essere diffusi anche sulla viabilità urbana. Le campagne per la sicurezza stradale, come quella del 9 novembre, hanno il compito vitale di concentrare l’attenzione di cittadini e istituzioni su questo tema richiamando ognuno alle proprie responsabilità”. “Inoltre – ci tiene a precisare – la ciclabilità rientra nel sistema complesso della mobilità e deve essere vista in questa ottica. Per questo il movimento Salvaicilisti opera con lo stesso impegno per l’implementazione del trasporto pubblico, della moderazione del traffico attraverso la diffusone del limite 30 km/h a livello urbano e per la sicurezza stradale di tutti gli utenti della strada, nessuno escluso”.

    A Bologna, come ci spiega Simona Larghetti, vicepresidente di Salvaiciclisti Bologna, quasi 50 attivisti hanno pacificamente occupato il centro storico con flash mob sulle strisce pedonali e in alcune piazze. “Il numero delle persone che utilizza la bicicletta sale ogni giorno, in alcune città si è riusciti a superare quella soglia di presenza che permette di essere considerati, visibili e percepiti da parte dei conducenti a motore, con conseguenze meno drammatiche in caso di impatto. Chiaramente, aumentando l’uso, aumentano gli incidenti. Bisogna ancora lavorare molto sulla cultura della velocità e i provvedimenti più coraggiosi vengono per iniziativa dei Comuni, dove la politica è più vicina alla realtà quotidiana delle persone”.

    L’attenzione dunque è alta verso le amministrazioni locali, ma anche a livello nazionale qualcosa si muove? “Dalle città vengono le istanze più forti, perché nelle città si condensano le riflessioni e prendono piede i cambiamenti d’abitudine. È qui che la conflittualità è più alta, ma ci sono anche maggiori possibilità di far progredire il dibattito. Ad esempio, una città con le dimensioni di Bologna conta 38 associazioni e una Consulta Comunale della Bicicletta. Serve una normativa nazionale che incoraggi l’iniziativa dei sindaci e serve un rinnovamento delle competenze degli urbanisti che spesso non sono formati sulla ciclabilità e sulla mobilità nuova. La Legge delega al Governo per il nuovo codice della strada, che ha molti spunti positivi, è una delle battaglie di un ex assessore alla mobilità, Paolo Gandolfi. Ora è in discussione al Senato (dopo l’approvazione della Camera): speriamo che si arrivi ad una vera semplificazione del testo e che non diventi la solita massa inapplicabile di regolamenti e cavilli che cambiano tutto per far sì che tutto resti com’è”.

    Il mal tempo che ha attraversato la penisola ha impedito ad alcune città di svolgere la manifestazione. Tuttavia vale la pena di registrare la riflessione di Giuseppe Piras di Torino (dove, benché prevista, non si è potuta realizzare) che dal suo osservatorio di presidente dell’associazione Bike Pride prova a guardare oltre i confini nazionali: “L’Europa ha dato obiettivi importanti sulla diminuzione dei morti e anche l’Italia si sta lentamente adeguando. Purtroppo gli interventi sono stati solamente incentrati sulla sicurezza di tipo passivo. Per capirci le auto sono sempre più sicure e blindate e ciò ha ridotto il numero di morti dentro le auto ma sostanzialmente il numero di morti fuori, pedoni e ciclisti, è diminuito con molta più lentezza. Questo dato, anche se nella media è positivo, funziona come la media del pollo (chi ne mangia due e chi nessuno) e resta un dato allarmante perché testimonia la mancanza di una vera politica sulla sicurezza delle strade che non può che passare per la riduzione delle velocità, sulla condivisione degli spazi urbani tra tutti i soggetti (pedoni, ciclisti, automobilisti) e sulla costante repressione delle infrazioni. Pochissime amministrazioni hanno colto come gli interventi urbanistici strutturali (zone 30, pedonalizzazioni, lotta alla sosta selvaggia, costante riduzione della sosta su strada, ztl) non siano azioni contro le auto ma a favore di tutta la popolazione e per rendere le nostre città più vivibili e attrattive come sta invece avvenendo in quasi tutte le grandi città (non solo Copenaghen e Amsterdam, ma anche NY, Parigi, Berlino, Londra, Seattle, Siviglia, ecc.) e c’è la speranza che queste posizioni arrivino anche in Italia. Purtroppo nel frattempo saranno ancora i ciclisti e i pedoni a pagare il tributo di sangue di un ritardo culturale dei nostri amministratori”.